Tempi duri, per quel giornalista studente che studia a Urbino. Che ci fa là, nelle Marche, con quella Fiat 500 targata Nuoro? Che sia un bandito?

di Giacomo Mameli

La prima immagine del ’68 è il Collegio Raffaello, dove Giovanni Pascoli aveva abbozzato i primi versi (“Urbino ventoso”) di L’Aquilone: a metà novembre si erano radunate una trentina di ragazze con Dacia Maraini, Eva di Ancona era corteggiata più dai prof che dagli studenti. Era uscito il giornale della Scuola di Giornalismo col titolo: Sesso in cattedra. “Te ne puoi pure andare”, avevano detto le femministe. Prima di arrivare nella città di Carlo Bo rettore in aeternum, anabasi in Fiat 500 targata Nu 29306 da Civitavecchia. Sei ore di viaggio. Fermato dai carabinieri a Orte, a Perugia, più avanti a Gubbio. Giorni bui per la Sardegna protagonista di cronache nere in Centro Italia: sequestri e rapine. La targa non mi aiutava. Dove sta andando? A Urbino. A fare che cosa? Due esami. Sicuro? Sì. Pericolosi noi sardi. A Urbino contestavamo i professori. Ma nessuno disertava le lezioni dei prof di talento. “Fate bene”, aveva detto Giambattista Vicari (dirigeva la rivista Il Caffè) e insegnava Giornalismo quotidiano. Cortei, bandiere rosse sotto i Torricini. Due prof erano stati sospesi perché incapaci.

Il ’68 sardo è Ottana, l’epopea nuragica per non vivere solo di orti e pecore. Battaglie epiche a lato Tirso dove si forma una classe dirigente, “università operaia” scriveva Fortebraccio su L’Unità. C’erano state le cinque giornate di Orotelli: industrie e lavoro, si leggeva in Municipio. Per un po’ fu rinascita. Si contestava anche negli atenei sardi. Per L’Unione Sarda volevo raccontare un’assemblea a Sa Duchessa. “Tu non entri, sei di un giornale fascista”, mi aveva detto il giovane Marco Manca poi assunto da L’Unione. Entrai e scrissi. Tanti baroni si offesero. Pentito del ’68? Manco poco poco.

Foto di Carlo Migani, “Urbino, alcuni ragazzi davanti al collegio, nei primi anni ’70.” tratta da https://ifg.uniurb.it

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