Laurea o non laurea? Tra studio e protesta, scelte politiche e scontri con l’istituzione. Fino alla sfida finale.

di Gianfranco Macciotta

25 gennaio 1967. In quella data cominciò ufficialmente in Italia, con la prima occupazione generalizzata di quasi tutte le università, quel lungo periodo di lotte politiche e sociali passato alla storia come “Il ’68”. Il primo atto fu l’occupazione della facoltà di chimica dell’università di Cagliari, seguita dall’occupazione della facoltà di giurisprudenza e, a ruota, di tutte le altre facoltà. 

Queste iniziative furono la più drastica manifestazione di protesta nel quadro di una battaglia che era in atto da tempo contro il progetto di legge n° 2314 del maggio 1965 per la riforma dell’università e delle scuole superiori, meglio noto come “Piano Gui” dal nome dell’allora ministro della pubblica istruzione che l’aveva predisposto. Io avevo, all’epoca, terminato tutti gli esami e completato la tesi, ma, con grande indignazione di mio padre, che non aveva mai visto un membro della famiglia, ancorché solo ventiduenne, laurearsi fuori corso, sia pur di una sessione, decisi di non depositarla, essendo impegnato a organizzare la protesta.

L’occupazione si concluse il 10 febbraio. Mi organizzai quindi per depositare la tesi per potermi laureare a giugno. Scoprii che il mio professore referente, il docente di diritto ecclesiastico Domenico Barillaro, la cui firma era necessaria per procedere al deposito, era negli Stati Uniti per partecipare a un convegno internazionale e sarebbe tornato solo dopo la scadenza del termine.

Mi studiai, allora, la normativa che regolava la materia, scoprendo che, in assenza del titolare, la firma sulla tesi poteva essere apposta dal preside della facoltà. Mi recai, quindi, a casa della professoressa Paola Maria Arcari, per chiederle di firmare la richiesta di deposito della tesi.

La professoressa, con la quale avevo avuto, nel corso degli anni, diversi scontri in relazione al suo mancato intervento per il comportamento a dir poco censurabile di molti docenti del corso di scienze politiche (allora giurisprudenza e scienze politiche erano riunite in un’unica facoltà), dichiarò subito che non avrebbe mai firmato la mia richiesta. Non mi scomposi più di tanto e le comunicai che sarei ritornato in facoltà, avrei affisso nell’atrio un “Daze bao” nel quale avrei denunciato che la Preside Arcari rifiutava di far laureare lo studente Macciotta, avrei promosso una nuova occupazione dell’istituto per protestare contro questo ingiustificato atto ritorsivo nei miei confronti e avrei poi depositato una denuncia contro la preside per rifiuto di atti d’ufficio.

A fronte di queste mie intenzioni la preside si convinse che era forse meglio, per lei, apporre la famosa firma e così riuscii a depositare in termini il mio lavoro. La professoressa Arcari, interrompendo una lunga consuetudine, si rifiutò però di presiedere la seduta di laurea che mi riguardava. Il dibattito interno alla commissione, dopo la conclusione della discussione, fu lungo e acceso, con urla che si udirono fino al piano sottostante l’aula magna e si concluse, contravvenendo a una consolidata tradizione, senza che mi fosse aggiunto un solo punto alla media base di cui godevo che era, peraltro, un onorevole 27.

Foto tratta da www.raistoria.rai.it

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