L’eterno conflitto tra padri e figli: un leader del Sessantotto si confronta col figlio che è stato, e col padre che è oggi.    

di Pietro Clemente

Quante cose mi sono dimenticato di allora. Franco, Costantino, due dittatori che nessuno ricorda più. Julian Grimau una vittima dimenticata, Giap Giap, Ho Ci Min degli eroi, nomi da gridare. Il mio 68 è nato nel ‘62, quando a Milano ero studente di architettura e mi sono iscritto al PSI e ho incontrato Ida. Quando ho organizzato per la Sezione PSI di Porta Vittoria un evento dedicato alla poesia spagnola contro il franchismo. Mi mancavano due mesi ai 20 anni, e mio padre trovò il mio libretto da studente. Scoprì che avevo dato pochissimi esami e facevo tutt’altro. Fui rimpatriato, mi iscrissi a Filosofia, mi sposai nel 1965 e divenni funzionario del PSIUP. Ero venuto a maturazione senza nemmeno accorgermi, come fosse una strada segnata, un destino legato alle mie letture, alla scoperta delle lotte sociali. Il ’68 mi venne addosso nel 1967, e mi chiese di cambiare tutto dello stile di militanza, dei modi di organizzazione che conoscevo tra partiti della sinistra e sindacati. Una cosa nuova, meno di apparato. E finii per essere anche io uno di quelle persone-nodi che intuivano cosa fare e che nelle assemblee interpretavano una sorta di ‘volontà generale’.  Quando diciamo che si decideva dal basso facciamo riferimento alle assemblee che, è vero, erano facili da influenzare, ma furono il terreno di confronto dentro una comunità. Niente di simile si era visto prima, né aveva espresso la sinistra storica. Nelle occupazioni eravamo tutti insieme, facevamo incontri anche improvvisati nelle scale della Facoltà, niente a che vedere con direttivi e comitati centrali. Una cosa così affascinante che per tutto il ’68 non lavorai (era Ida che lo faceva per tutti e due) e fui un uomo-assemblea per tutto l’anno. Solo nell’autunno del ‘69 mi laureai e cominciai a insegnare ufficialmente. Il ’68 declinava, io facevo parte di un Collettivo Insegnanti molto impegnato con le lotte di miniera, con quelle dei pastori di Orgosolo, ma soprattutto nella didattica scolastica che facevamo con una straordinaria passione e spirito di cambiamento.

Ne ho un ricordo molto intenso, ma se ora incontrassi quel me stesso forse non saprei nemmeno parlarci.  Non sarei d’accordo con lui quasi per nulla. E lui mi direbbe che ragiono come suo (mio) padre. Sono condannato a vivere questa contraddizione. Non che ora io sia conservatore o liberale. Ma come fare a condividere certe idee granitiche che il me di allora aveva?  Io ho sempre cercato di seguire i cambiamenti, praticare delle rotture se era necessario. Però in fin dei conti ho portato il mio ‘spirito’ ugualitario, la mia idea di una cultura collettiva che nascesse dalla gente nel mondo degli studi.  Oggi sono sconcertato come tanti, non sono conflittuale e radicale come allora. Eppure ogni anno ho atteso un ‘nuovo sessantotto’, anche perché la sua ideologia visionaria costringeva a confrontarsi ed essere protagonisti, non macchine da esame.  Nel 1990 credevo il ’68 fosse tornato, e un po’ fu così. Le ingenuità non mi impressionavano, ogni movimento nuovo le ha. Ma ebbi scarso feeling con il Novanta. Le assemblee infinite che non decidevano mai nulla forse suggerivano che nel ’68, in realtà, si riusciva a decidere  per via della cultura politica dei leader,  più che per l’intima convinzione di ognuno. Così fino alla pensione non ho più trovato un sessantotto.  I giovani di un collettivo anarchico studentesco fiorentino conosciuti  nel 2010 erano troppo lontani ed estremisti, per me,  anche se forse interpretavano il senso di un mondo nuovo, per loro fatto di  precarietà.

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