Avere sei anni e la ferma convinzione che, con le bacchettate della scuola privata, non si potesse scendere a compromessi.

di Gianni Zanata

Il mio primo giorno di scuola non è stato uno, sono stati due. Me li ricordo entrambi. Il primo è stato in una scuola elementare privata, un istituto religioso. Di quel primo giorno ho in mente anche il suono della campanella. Sono entrato in classe, uno stanzone con i soffitti alti, le finestre grandi e il pavimento a scacchi bianco e nero, mi sono seduto dietro un banco di legno scuro e ho iniziato a fissare il buco dove si infilava il calamaio. Non sapevo a che cosa servisse quel buco e nemmeno avevo idea di che cosa fosse un calamaio. Il buco aveva dei bordi esterni più chiari e il legno dentro era consumato. Ci ho infilato l’indice e l’ho fatto scorrere intorno, prima in un senso poi nell’altro. Non mi piaceva, quel banco. Non mi piacevano le pareti, non mi piaceva il soffitto. Non mi piaceva la maestra, una donna con il volto affilato, gli occhi tondi e i capelli lisci e neri che le scendevano sulle spalle. Non mi piaceva il suo vestito grigio. Non mi piaceva quella bacchetta lunga, sottile e squadrata che stringeva tra le mani come fosse uno spadino. Non mi piaceva nulla, di quel posto. Così dopo un quarto d’ora mi sono alzato e ho detto alla maestra che volevo andare via. Lei prima ha abbozzato una specie di sorriso, poi è diventata serissima e mi ha intimato di stare seduto, di stendere le braccia sul banco e di tenere le mani bene in vista. Al che sono seguiti due colpi di bacchetta sulle dita, assestati in rapida successione. Il dolore, perché di dolore vero si trattava, mi ha paralizzato. Non ho urlato, non ho pianto, non ho detto nulla. Ero come pietrificato, e così sono rimasto fino al momento in cui è suonata la campanella della ricreazione. Tre mesi dopo quelle bacchettate, varcavo il portone della scuola pubblica: la mia personale rivoluzione contro la scuola privata era stata un successo, e i miei genitori si erano rivelati più accondiscendenti di quanto potessi immaginare. Di quel mio secondo primo giorno di scuola ricordo le urla sguaiate all’ingresso, le femmine separate dai maschi, il disordine negli anditi, le macchie di inchiostro della mia prima penna bic, il panino con la mortadella del mio compagno di banco, un accenno di rissa all’uscita e un bambino di terza che a un certo punto si è avvicinato e mi ha detto: “Sono tue le figurine? Me le fai vedere?”. Ho detto sì e gli ho consegnato il mazzo. Non me l’ha mai restituito. Era il ’68, avevo sei anni e all’improvviso avevo molta voglia di protestare.

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